Il CESE chiede di vietare senza eccezioni i prodotti con obsolescenza programmata


Nell’ottobre del 2013, per la prima volta, un’istituzione dell’UE valuta i lati positivi di un divieto totale dei prodotti con obsolescenza programmata: più posti di lavoro, una protezione dei consumatori più efficace e un incentivo per lo sviluppo sostenibile. Oggi il CESE ha adottato un parere dedicato alla durata di vita dei prodotti e all’informazione dei consumatori per contrastare la strategia commerciale che fa leva sull’obsolescenza programmata

Lampadine fulminate e batterie scariche dopo un certo periodo di tempo, o abiti che passano di moda in fretta sono solo alcuni esempi di prodotti con obsolescenza programmata, progettati cioè per non essere più utilizzabili nel giro di due o tre anni dall’acquisto – subito dopo lo scadere della garanzia. Sostituirli significa utilizzare energia e risorse aggiuntive, che producono quantità in più di rifiuti e causano inquinamento dannoso.

La posta in gioco sul piano dell’occupazione

Sul piano occupazionale oggi l’obsolescenza apporta scarsi vantaggi, per non dire nessuno. “La maggior parte di questi prodotti viene fabbricata fuori dall’Europa, da lavoratori sottopagati”, sottolinea Haber, correlatore del parere e membro della commissione consultiva per le trasformazioni industriali (CCMI) del CESE. “Se buttassimo meno, avremmo più oggetti da riparare, creando in tal modo migliaia di posti di lavoro più vicini a casa”.

L’obsolescenza non si limita unicamente all’usura. L’industria della moda, ad esempio, risponde per definizione alla richiesta dei consumatori di stili sempre nuovi e diversi, e non fa leva sulla durata dei singoli indumenti. Ma anche in questo settore il ricambio si sta facendo più rapido, e spesso nuovi modelli vengono disegnati per far sì che i precedenti siano considerati poco eleganti o fuori moda.

Quanto a iniziative concrete, nel 2014 il Comitato intende organizzare un’importante tavola rotonda europea con la partecipazione di tutti i soggetti e settori interessati, tra cui l’industria, la distribuzione, la finanza, le associazioni dei consumatori e i sindacati. L’evento comprenderà un forum aperto a tutti i cittadini dell’Unione affinché possano esprimere il loro punto di vista.

Imparare a riparare

Haber ha constatato che esistono numerosi prodotti progettati per non funzionare più nel giro di due o tre anni dall’acquisto, cioè poco dopo lo scadere della garanzia. Sostituire tali prodotti significa utilizzare energia e risorse aggiuntive, produrre quantità in più di rifiuti e causare inquinamento dannoso. I consumatori di vari paesi sono già stati indotti a passare all’azione per arginare il fenomeno.

“Il CESE esprime l’auspicio che siano vietati senza eccezioni i prodotti che presentano una difettosità calcolata volta a porre fine alla loro vita”, spiega Libaert, relatore del parere e anch’egli membro del Comitato. Auspica poi che le aziende fabbrichino prodotti più facilmente riparabili fornendo, ad esempio, i pezzi di ricambio. Inoltre, i consumatori andrebbero informati meglio sull’aspettativa di vita prevista di un prodotto, affinché possano fare acquisti più oculati.

La soluzione ideale per il CESE è un sistema di etichettatura che garantisca una durata di vita minima del prodotto, cosa che attualmente non è un obbligo di legge per il fabbricante. “Le imprese dovrebbero portare avanti vaste e approfondite ricerche al fine di assicurare la durata di vita di un prodotto ma oggi come oggi non fanno abbastanza”, osserva Haber. I fabbricanti, inoltre, dovrebbero coprire i costi di riciclaggio nel caso che i loro prodotti abbiano un’aspettativa di vita inferiore a cinque anni.

Motivi per passare all’azione

Da un punto di vista ambientale, il consumo di risorse naturali in Europa è aumentato di circa il 50 % negli ultimi 30 anni: un europeo consuma 43 kg di risorse al giorno, mentre un africano ne consuma solamente 10 kg. Sul piano sociale, la possibilità di gettare rapidamente un prodotto di consumo ha favorito gli acquisti a credito, il che ha portato ad un livello di indebitamento personale senza precedenti.

I danni alla salute umana non sono causati unicamente dallo smaltimento e dall’incenerimento di rifiuti prodotti a livello locale, ma anche dalla pratica di esportarli, talvolta illegalmente, in paesi in via di sviluppo dalla legislazione meno rigorosa. Sotto il profilo culturale, il fatto che i consumatori percepiscano pratiche di obsolescenza programmata mina la loro fiducia nell’industria. Infine, l’economia europea soffre dell’importazione di prodotti dal breve ciclo di vita. “Affrontando questo tema, l’UE offre alle aziende europee la possibilità di distinguersi dai concorrenti grazie alla pratica effettiva della sostenibilità”.

“Il nostro obiettivo è contribuire a migliorare la fiducia nelle imprese europee”, conclude Libaert. Al tempo stesso, tuttavia, il CESE intende spingere l’UE ad operare una transizione economica “passando da una società dello spreco a una società sostenibile” nella quale “la crescita sia orientata ai bisogni dei consumatori in una prospettiva civica, e non venga perseguita come un obiettivo in sé”.

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